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PER L'ANIMA

Quei 10 giorni in totale silenzio che mi hanno cambiato la vita

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Si può rimanere senza dire una parola per oltre una settimana e uscirne illesi? E mantenere per una decina di ore al giorno la stessa posizione meditativa con il solo scopo di ripulire la mente? Ecco il diario di un’esperienza reale, forse non da tutti. Ma assolutamente consigliata

 

Spinto da un amico – a sua volta “sobillato” da un paio di sue amiche che avevano provato l’esperienza – mi decido a inviare la richiesta di partecipazione a un corso di dieci giorni di Vipassana, una pratica di meditazione indiana che significa letteralmente “l’arte di guardarsi dall’esterno”. La domanda finisce in lista d’attesa (le richieste sono sempre molto numerose), ma un paio di settimane prima dell’inizio, arriva inaspettata la conferma che si sono liberati dei posti e che sono ammesso.


Nessuna indecisione, si va, non fosse altro che per curiosità. Non so nulla di meditazione, tanto meno di un silenzio che dura per dieci giorni. Sistemate le ultime beghe lavorative, avvisate le persone che contano, impostata la risposta automatica sulla mail privata e su quella aziendale, modificato il messaggio di WhatsApp, dimenticato di impostare la segreteria telefonica sul cellulare, si parte alla volta di Faenza. Dalla stazione ferroviaria, un autobus granturismo conduce i partecipanti in una splendida località di montagna, nei pressi di Marradi. Le morbide cime degli Appennini tra Toscana e Romagna ai primi di giugno riverberano una primavera forte e piena. Un luogo meraviglioso in cui passare dieci giorni di puro isolamento.


Si procede con la registrazione: gli uomini sono divisi dalle donne e qualcuno entra persino in un curioso mutismo prima ancora del gong. Si dà un ultimo sguardo al cellulare (in ogni caso, la linea è provvidenzialmente assente da mezz’ora) prima di consegnarlo nelle mani dei “servitori” del corso, che lo custodiscono fino allo scoccare del decimo giorno, insieme a eventuali iPod, iPad, taccuini e libri. Dopo aver preso posto nella camerata e gustato un’ultima cena a base di minestrone, il gong delle 18 dichiara l’inizio del Nobile Silenzio. Non sarà più consentito parlare con nessun altro “studente”: le uniche parole potranno essere rivolte al maestro per chiarimenti sulla pratica, ai servitori per questioni di assoluta necessità e per le emergenze. Una dimensione inedita, spiazzante, ma che alla lunga si rivela funzionale alla meditazione: nessun condizionamento verbale da parte dei compagni, nessun confronto generatore di frustrazioni o vittorie. L’incantesimo si scioglierà solo alle 10 del mattino del nono giorno: da luogo silenzioso e contemplativo, la valle esploderà di chiacchiere e risate, commenti e simpatie con coloro con cui hai condiviso nove giorni di sguardi muti e facce forzatamente inespressive.

La prima seduta introduttiva ci vede tutti e 70 – uomini e donne sono separati solo dalla corsia centrale della sala – seduti a gambe incrociate ad ascoltare il maestro, i canti in pali e gli audio con gli insegnamenti di Goenka, il maestro di Vipassana che nel secolo scorso ha recuperato l’antica tecnica messa a punto 2500 anni fa dal Buddha, ripulendola da ogni accento commerciale e riportandola all’antica purezza di Gauthama: il tutto in una chiave laica e adatta a tutte le religioni e gli ateismi, condizioni sociali e culturali e possibilità economiche di ciascuno.
Il gong serale suona molto presto: sono appena le 21.30 e le montagne di fronte si tingono di un tramonto mozzafiato. La giornata introduttiva volge al termine, già carica di emozioni che sarebbe bello condividere. Le mucche si avviano al bosco che sarà il loro giaciglio, i cervi sulla collina si preparano invece alle uscite notturne, il povero gatto cerca affetto, ma è sconsigliato avvicinarlo e nutrirlo. Sono certo che tutti pensino alla medesima cosa: domattina la sveglia suonerà alle 4 e così per dieci giorni di fila!


Il primo giorno è esattamente identico al nono. Dopo la sveglia si medita fino alle 6.30, si fanno colazione e riposo fino alle 8, il pranzo scocca alle 11, la merenda di frutta e the alle 17, il discorso di approfondimento alle 19. Il cibo è ottimo, vegetariano al 100%, preparato in maniera sempre diversa da abili servitori-cuochi: nessuna traccia di carne e uova, alcool e grassi. Pasta al pomodoro due volte in tutto, a favore di sformati, zuppe, passati, legumi, cous cous, riso e persino torte al cioccolato.

Detto così parrebbe una beauty farm, in realtà l’intera giornata, più che dai pasti, è scandita da continue sedute di meditazione in sala comune (sono tre gli appuntamenti giornalieri “fissi” da un’ora) oppure in camera propria (da due ore). Il primo scoglio da superare è quello di trovare la propria posizione ideale: fior di loto, mezzo loto, panchetta con cuscino o senza, ginocchia alte… I meno agili e i doloranti scelgono sedie, schienali o un bel muro a sostegno della schiena. Fino all’ultimo giorno continuerà la sperimentazione di posizioni e attrezzature, passando dal minimalismo zen di meditatori posati su un velo di stoffa, ai collaudatori di astronavi con tanto di braccioli e pedaliere.


Ma cosa si fa esattamente
in queste lunghe sessioni giornaliere di meditazione? Si prega? Si pensa ai propri problemi? Ci si rilassa come in spiaggia? Niente di tutto ciò. La meditazione è una tecnica di concentrazione del pensiero che, attraverso una fase iniziale di osservazione del respiro (della durata di ben tre giorni!) seguita da una di vero e proprio Vipassana, consente di spazzare via i propri pensieri ricorrenti e ossessivi, quindi di andare alla radice delle proprie sofferenze, scandagliando a fondo con una specie di occhio interiore le sensazioni piacevoli e quelle spiacevoli che il nostro corpo prova per 24 ore al giorno, per l’intera durata dalla nostra esistenza, anche se non prestiamo loro particolare attenzione.
Il tutto avviene sotto la supervisione di un maestro, che di tanto in tanto convoca gentilmente i suoi allievi al podio per metterlo al corrente dei loro progressi o difficoltà, seguendo puntualmente le istruzioni di Goenka, che attraverso un registratore ripeterà come un mantra quanto segue. Impossibile non fare proprie queste istruzioni!


Sintetizzo al massimo la teoria, perché il corso è del tutto pratico. La vita di ogni uomo – grande o piccolo, ricco o povero, occidentale o orientale, cristiano o ateo – è miseria, perché la sua psiche è dominata da bramosia (desiderio di possesso, gelosia, avidità, desideri inappagati…) e avversione (odio, invidia, risentimento, rabbia…). Tutte queste emozioni negative generano negli strati più profondi della mente accumuli di negatività che condizionano le vite di ciascuno e le decisioni future, avvelenando scelte e comportamenti. Tutta colpa del dannato Ego, che si gonfia come un rospo a ogni stimolo esterno, vuoi positivo, vuoi negativo. Come dare torto finora? Una soluzione però esiste e la meditazione aiuta a scardinare questi accumuli di “materiale pericoloso”, ristabilendo la giusta distanza tra noi e le cose, aiutando a disintossicarsi dagli onnipresenti condizionamenti esterni. Gli strumenti-chiave sono la consapevolezza, prima del proprio respiro, poi delle proprie sensazioni corporee, quindi dell’impermanenza del tutto (Anicca è il mantra dell’intero corso, che vuol dire appunto “impermanenza”).

La tentazione di abbandonare è per molti molto forte e qualcuno (meno di cinque persone, in realtà) lo fa, tra il primo e il secondo giorno. Poi il gruppo si compatta, pur nel suo silenzio assoluto, e inizia a vivere, giorno dopo giorno, una curiosa routine fatta di sveglie all’alba e sonni al tramonto scanditi da gong che spezzano il cuore, pranzi mattutini e dolori articolari (dal quarto giorno in poi, nelle sessioni comuni, non è consentito cambiare posizione), continui tentativi della mente di svincolarsi e di riacciuffarla dalle sue scappatelle. Ma anche di lune immense, luminose quanto un sole, passeggiate notturne, speculazioni sulle case al di là del fiume e campi che cambiano colore col volgere dei giorni, esplosioni inaspettate di energie e lampi improvvisi di estrema lucidità.

Naturalmente non bastano dieci giorni, seppure così intensivi, per arrivare alla radice dell’“osservazione di sé dall’esterno”, ma il corso fornisce tutte le basi per poter meditare anche a casa propria (si consiglia un’ora al mattino e un’ora la sera).


Ecco i 10 insegnamenti che dieci giorni di Vipassana hanno lasciato in me (l’ordine non è per importanza, ma è arbitrario):

  1. Resistenza e determinazione. Dopo una prova fisica, mentale ed emotiva come questa sono ancora in grado di portare a termine un compito gravoso e ripetitivo e rimanere lucido e in forma.
  2. Occorre imparare a porre la giusta distanza tra noi e le cose, tra noi e le inevitabili difficoltà della vita, evitando di reagire immediatamente, carichi di rabbia o passionalità.
  3. Bisogna imparare a non giudicare a prima vista persone e situazioni, ma attendere una serie di ulteriori elementi.
  4. Conviene acquisire la consapevolezza della negatività accumulata nei propri anni di vita attraverso una serie reiterata di comportamenti sbagliati.
  5. Anicca/Impermanenza. Ricordarsi sempre che siamo nient’altro che materia, atomi e che tutte le sensazioni, quelle piacevoli e quelle spiacevoli, arrivano e passano, arrivano e passano, arrivano e passano. Questa è l’unica Legge Universale.
  6. Controllo del dolore. Ricordarsi che il dolore è sempre fisico, mai mentale, e bisogna iniziare a scomporlo in parti più piccole, poi onde elettromagnetiche, poi puntini vibranti fino alla dissoluzione.
  7. Regolarizzare il nostro rapporto con il cibo: indipendentemente dal regime alimentare di ognuno, si tende a mangiare troppo per diverse motivazioni.
  8. Ricordarsi che siamo parte di un tutto, della Natura e che ci sarà sempre qualcuno disposto ad aiutarci, qualunque cosa accada.
  9. Provare a disintegrare progressivamente il proprio Ego per sentirsi più leggeri.
  10. Una dimensione troppo sottovalutata, utilissima nel mondo di oggi.

 

Per informazioni:
www.atala.dhamma.org

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